Il Montelukast, farmaco utilizzato contro l’asma, potrebbe potenziare alcune immunoterapie antitumorali. Ecco cosa mostrano gli studi e quali sono i limiti.
Un farmaco utilizzato da anni contro l’asma potrebbe trovare in futuro un impiego completamente diverso. Si tratta del montelukast, principio attivo appartenente alla famiglia degli antagonisti dei recettori dei leucotrieni e conosciuto soprattutto per il suo utilizzo nelle patologie respiratorie.
Negli ultimi mesi l’interesse intorno alla molecola è aumentato dopo la pubblicazione di nuove ricerche che suggeriscono un possibile ruolo del montelukast nel modificare il microambiente tumorale e, soprattutto, nel rendere alcuni tumori più sensibili all’immunoterapia.
La parola fondamentale, però, resta “possibile”. Il montelukast non è attualmente un farmaco antitumorale approvato e le nuove evidenze non significano che possa sostituire chemioterapia, immunoterapia o altri trattamenti oncologici. La ricerca, tuttavia, ha individuato un meccanismo biologico particolarmente interessante.

Cos’è il montelukast e perché viene utilizzato contro l’asma
Il montelukast è un antagonista del recettore dei cisteinil-leucotrieni di tipo 1, CysLT1 o CysLTR1. I leucotrieni sono molecole coinvolte nei processi infiammatori e hanno un ruolo importante nella broncocostrizione e nella risposta delle vie respiratorie.
Bloccando questi recettori, il montelukast contribuisce a ridurre alcuni degli effetti dei leucotrieni.
In Italia i medicinali appartenenti a questa categoria trovano impiego soprattutto nel trattamento dell’asma. AIFA include montelukast e zafirlukast tra gli antileucotrienici utilizzabili, in determinate condizioni, come trattamento aggiuntivo dell’asma moderata persistente e nella profilassi dell’asma da sforzo.
Il collegamento con il cancro nasce proprio dal recettore CysLTR1 che il montelukast è in grado di bloccare.
Montelukast e tumori: il nuovo studio pubblicato su Nature Cancer
Una delle ricerche più importanti è stata pubblicata il 19 maggio 2026 su Nature Cancer da un gruppo coordinato anche dal Robert H. Lurie Comprehensive Cancer Center della Northwestern University.
I ricercatori hanno studiato il ruolo del recettore CysLTR1 in un processo definito mielopoiesi di emergenza, attraverso il quale l’organismo aumenta la produzione di determinate cellule della linea mieloide.
In presenza di un tumore questo meccanismo può, paradossalmente, essere sfruttato dalla neoplasia a proprio vantaggio.
In particolare, alcuni neutrofili possono assumere caratteristiche immunosoppressive e contribuire a creare un ambiente favorevole alla crescita del tumore. Queste cellule possono rendere inoltre più difficile il lavoro dei linfociti T, che rappresentano una parte essenziale della risposta immunitaria antitumorale.
Lo studio ha individuato in CysLTR1 uno dei regolatori di questo processo. Nei modelli sperimentali, eliminare geneticamente oppure bloccare farmacologicamente questo recettore ha ridotto la crescita tumorale e aumentato l’attività immunitaria contro il tumore.
Il punto chiave potrebbe essere l’immunoterapia
L’aspetto forse più interessante riguarda gli immune checkpoint inhibitors, farmaci che negli ultimi anni hanno rivoluzionato il trattamento di numerose forme tumorali.
Tra questi troviamo le terapie che agiscono sul sistema PD-1/PD-L1.
Il loro obiettivo è, semplificando, rimuovere alcuni “freni” utilizzati dal tumore per impedire alle cellule immunitarie di attaccarlo. Non tutti i pazienti, tuttavia, rispondono all’immunoterapia e alcuni tumori sviluppano forme di resistenza.
Secondo lo studio pubblicato su Nature Cancer, l’inibizione di CysLTR1 con antagonisti già disponibili clinicamente è riuscita a superare la resistenza alla terapia anti-PD-1 in diversi modelli tumorali murini.
Il montelukast, quindi, non avrebbe necessariamente il compito di attaccare direttamente il tumore. L’ipotesi più interessante è un’altra: potrebbe modificare alcune cellule immunitarie che il tumore sfrutta a proprio favore, rendendo nuovamente efficace la risposta antitumorale.
Non eliminare i neutrofili, ma “riprogrammarli”
Lo studio apre inoltre una prospettiva particolare sul ruolo dei neutrofili.
Queste cellule sono normalmente fondamentali per la difesa dell’organismo, soprattutto contro le infezioni. Nel microambiente tumorale, tuttavia, alcune popolazioni possono acquisire caratteristiche capaci di sopprimere la risposta immunitaria.
La strategia studiata dai ricercatori non punta semplicemente a eliminarle.
Bloccando CysLTR1 sarebbe infatti possibile indurre una sorta di riprogrammazione funzionale, facendo perdere ai neutrofili parte delle loro caratteristiche favorevoli al tumore e favorendo invece un ambiente maggiormente compatibile con l’attività dei linfociti T CD8+.
È un approccio interessante perché interviene sul microambiente tumorale, un settore diventato sempre più importante nella ricerca oncologica moderna.
Un secondo studio ha analizzato dati di pazienti trattati con pembrolizumab
Alle evidenze precliniche si è aggiunto nel luglio 2026 un altro lavoro pubblicato sull’American Journal of Clinical Oncology.
I ricercatori hanno incrociato tre differenti fonti di dati, tra cui The Cancer Genome Atlas e una rete sanitaria del Mount Sinai.
In una parte dell’analisi è stato realizzato quello che viene definito un “emulated clinical trial”, cioè una simulazione retrospettiva di uno studio clinico basata su dati sanitari già esistenti.
Sono stati confrontati pazienti con tumori solidi avanzati trattati con pembrolizumab più montelukast e pazienti trattati con pembrolizumab senza montelukast, con 70 persone in ciascun gruppo dopo il matching statistico.
L’assunzione contemporanea di montelukast è risultata associata a una migliore sopravvivenza complessiva, con un hazard ratio pari a circa 0,505.
Il dato è interessante, ma deve essere interpretato con molta prudenza: si tratta di un’analisi osservazionale e retrospettiva e non di uno studio clinico randomizzato in cui ai pazienti è stato assegnato appositamente montelukast come trattamento oncologico. Gli stessi autori sostengono infatti la necessità di una validazione prospettica.
Non è la prima volta che il montelukast viene studiato contro il cancro
L’interesse oncologico nei confronti dei leucotrieni non nasce nel 2026.
Una review scientifica dedicata al rapporto tra la via dei cisteinil-leucotrieni e il cancro aveva già raccolto numerosi studi sperimentali nei quali il montelukast mostrava effetti su cellule di tumore del colon-retto, pancreas, prostata, rene, vescica, polmone, glioblastoma e neuroblastoma.
Molti di questi risultati, però, provenivano da cellule coltivate in laboratorio oppure da modelli animali.
È proprio questo il grande problema della ricerca preclinica: una molecola può mostrare effetti antitumorali convincenti in vitro o nei topi e successivamente non ottenere gli stessi risultati nell’uomo.
Nel 2025, per esempio, un’altra ricerca sul carcinoma colorettale aveva osservato effetti antiproliferativi di montelukast e zafirlukast sulle cellule tumorali, rafforzando l’interesse verso il possibile drug repurposing, cioè il riutilizzo di vecchi farmaci per nuove indicazioni.
Esistono già sperimentazioni nei pazienti oncologici?
Qualche passo in questa direzione è già stato compiuto.
ClinicalTrials.gov riporta, per esempio, lo studio NCT06887673, dedicato agli effetti del montelukast e di altri interventi sui mediatori lipidici e sul microambiente tumorale.
L’indagine coinvolge pazienti con differenti tumori, tra cui carcinoma colorettale, sarcomi, tumori cerebrali, carcinoma endometriale e ovarico, e valuta parametri come i mediatori lipidici, i macrofagi associati al tumore e la funzione delle cellule immunitarie.
Anche in questo caso è importante capire cosa significa: non siamo davanti alla prova clinica che montelukast migliori la sopravvivenza dei pazienti oncologici. Questi studi servono soprattutto a comprendere se gli effetti biologici osservati in laboratorio possano essere identificati anche nell’uomo.
Montelukast Tumori – Perché riutilizzare un vecchio farmaco può essere interessante
Il cosiddetto drug repurposing è una strategia molto studiata in medicina.
Invece di sviluppare una molecola completamente nuova, i ricercatori cercano nuove applicazioni per medicinali già conosciuti.
Il vantaggio è evidente: di un farmaco come il montelukast sappiamo già molto sul comportamento nell’organismo, sulle modalità di somministrazione e sulla sicurezza accumulata durante anni di utilizzo.
Questo non significa, però, che il suo utilizzo oncologico sarebbe automaticamente sicuro o efficace. Dose, durata del trattamento e combinazione con altri farmaci potrebbero essere completamente diversi da quelli utilizzati contro l’asma.
Montelukast non è privo di effetti indesiderati
Un altro elemento da non dimenticare riguarda la sicurezza.
Nel 2020 l’FDA statunitense ha introdotto un Boxed Warning, il livello più importante di avvertenza previsto dall’agenzia, relativo al rischio di possibili eventi neuropsichiatrici associati al montelukast.
Sono stati segnalati cambiamenti dell’umore e del comportamento e, in alcuni casi, eventi più seri. Per questo l’FDA raccomanda ai medici di valutare attentamente benefici e rischi della terapia.
Anche AIFA ha diffuso informazioni di sicurezza relative alla possibile comparsa di effetti indesiderati neuropsichiatrici durante il trattamento con medicinali contenenti montelukast.
Il fatto che il principio attivo sia utilizzato da molti anni per l’asma non significa quindi che possa essere assunto autonomamente con finalità antitumorali.
Montelukast contro il cancro: a che punto siamo davvero?
Le nuove ricerche rendono il montelukast una molecola interessante per l’oncologia, soprattutto per un possibile utilizzo in combinazione con l’immunoterapia.
I dati pubblicati nel 2026 suggeriscono che bloccare CysLTR1 possa modificare la produzione e il comportamento dei neutrofili associati al tumore, rafforzando l’attività dei linfociti T e rendendo alcuni tumori nuovamente sensibili agli inibitori di PD-1.
Esistono inoltre primi segnali provenienti da dati real-world che meritano di essere approfonditi.
La differenza tra una scoperta promettente e una nuova terapia, però, è rappresentata dagli studi clinici controllati sui pazienti.
Saranno necessari trial prospettici e randomizzati per stabilire quali tumori possano eventualmente beneficiare del trattamento, quali pazienti selezionare, quale dose utilizzare e se l’aggiunta di montelukast all’immunoterapia produca realmente un miglioramento della sopravvivenza.
Per il momento, quindi, parlare di “farmaco per l’asma che cura il cancro” sarebbe prematuro. Più correttamente, il montelukast rappresenta un interessante candidato al riposizionamento farmacologico in oncologia, con un meccanismo biologico plausibile e risultati preclinici che nel 2026 hanno ricevuto nuovi elementi di supporto.
Ed è proprio questa combinazione (un medicinale già conosciuto e una nuova possibile funzione sul sistema immunitario) a rendere la ricerca particolarmente interessante per il futuro dell’immunoterapia.