Gli smartwatch potrebbero diventare molto più di semplici dispositivi utilizzati per contare i passi o controllare le calorie consumate. Battito cardiaco, sonno, attività fisica e altri parametri raccolti quotidianamente potrebbero avere un ruolo sempre più importante nella prevenzione e nel monitoraggio della salute.
È quanto emerge da un nuovo lavoro scientifico pubblicato il 19 settembre 2026 sulla rivista npj Digital Medicine, dedicato all’utilizzo dei dispositivi wearable nella promozione della salute e nella prevenzione delle malattie.
Al centro della ricerca c’è DARE – DigitAl lifelong pREvention, un’iniziativa nazionale italiana nata per sviluppare e valutare nuovi strumenti digitali destinati alla prevenzione.
Indagini con oltre 8.000 persone coinvolte
Il lavoro presenta una panoramica di 16 diverse indagini realizzate nell’ambito del progetto DARE e rivolte complessivamente a oltre 8.000 partecipanti.
I ricercatori stanno valutando l’utilizzo dei wearable per monitorare in maniera continuativa diversi aspetti della salute, tra cui:
- attività fisica;
- mobilità articolare;
- sonno;
- variabilità della frequenza cardiaca;
- alimentazione;
- regolazione del glucosio.
Le sperimentazioni interessano ambiti differenti, dall’invecchiamento in salute alla prevenzione delle patologie croniche fino ai programmi che puntano a migliorare lo stile di vita.

Non solo smartwatch
La ricerca prende in considerazione 18 dispositivi wearable prodotti da 12 differenti aziende. Questo significa che il concetto di dispositivo indossabile non riguarda esclusivamente gli smartwatch tradizionali.
Sensori e dispositivi sempre più piccoli possono infatti raccogliere informazioni durante la normale vita quotidiana della persona, permettendo di osservare variazioni che difficilmente emergerebbero durante una singola visita medica.
È proprio questa continuità del monitoraggio a rendere particolarmente interessante la tecnologia.
Lo smartwatch può prevedere una malattia?
È importante però evitare conclusioni eccessive. Lo studio non dimostra che uno smartwatch commerciale possa diagnosticare autonomamente una malattia o prevedere con certezza quando una persona si ammalerà.
L’obiettivo è piuttosto capire se la raccolta continua di parametri fisiologici e comportamentali possa contribuire, insieme alla valutazione sanitaria, a identificare prima determinati fattori di rischio.
Secondo gli autori, le tecnologie wearable hanno infatti il potenziale per favorire una medicina maggiormente orientata alla prevenzione, permettendo una valutazione più continua dello stato della persona e, potenzialmente, interventi più tempestivi.
Dal contapassi alla prevenzione personalizzata
Il vero cambiamento potrebbe quindi riguardare il modo in cui vengono utilizzati i dati.
Oggi milioni di persone controllano quotidianamente passi, frequenza cardiaca, calorie e ore di sonno. In futuro queste informazioni, se raccolte con strumenti sufficientemente accurati e interpretate correttamente, potrebbero contribuire a creare percorsi di prevenzione sempre più personalizzati.
Restano comunque aspetti importanti da valutare, dalla precisione dei diversi dispositivi alla qualità dei dati raccolti, senza dimenticare privacy e interpretazione clinica delle informazioni.
Lo stesso progetto DARE sta analizzando caratteristiche tecniche, funzionalità e limiti dei diversi strumenti utilizzati.
La prospettiva è interessante: lo smartwatch del futuro potrebbe non limitarsi a dirci quanto abbiamo camminato, ma diventare uno degli strumenti attraverso cui osservare nel tempo alcuni indicatori della nostra salute.
Non sostituirà il medico, ma potrebbe diventare un ulteriore alleato della prevenzione.
Fonte: studio “DARE to wear: digital health promotion and disease prevention using wearable devices”, pubblicato su npj Digital Medicine il 19 settembre 2026.